Karate Sport Olimpico.

Eventskarate 05 agosto 2016

Sergio Beronzo

Sono contento che il karate sia stato riconosciuto come sport olimpico perché mi ha finalmente chiarito le idee.

Quando, 50 anni fa, iniziai a praticare nella neonata palestra Samurai di Nichelino, ero convinto che avrei imparato i segreti di un’arte marziale in grado di trasformarmi da timido adolescente in un imbattibile guerriero che, con le sole mani nude, avrebbe potuto difendersi e difendere altri da soprusi e prevaricazioni.
Dopo tre mesi, appena promosso gialla, mi ritrovai obbligato dal maestro Miura, a combattere in una gara contro un trentenne di Vercelli, cintura verde che pesava almeno 20 chili più di me.
Ricordo ancora il maegeri che mi stese lasciandomi senza fiato per cinque minuti.
Da allora è stato tutto un susseguirsi di gare regionali, nazionali ed internazionali, con allenamenti stressanti con il maestro Shirai, e con stages con i vari maestri giapponesi della JKA che passavano frequentemente in Italia.
Allenamenti e stages sempre finalizzati al risultato agonistico.
L’entusiasmo per l’avventura sportiva, per i viaggi internazionali, per i risultati ottenuti, mi hanno fatto dimenticare allora, il motivo per cui mi ero iscritto in quelli piccola palestra di Nichelino, ricavata in due garage.
Era una specie di ubriacatura in cui contavano solo i risultati agonistici perché quello era diventato il solo scopo del karate che ci veniva insegnato.
Ho smesso presto l’agonismo, a ventisei anni, perché non trovavo più né entusiasmo né motivazioni per continuare a rischiare l’integrità fisica per una medaglietta e per gli errori arbitrali.
Ho preferito continuare per altre strade a ricercare quei segreti che, da ragazzo, immaginavo fossero contenuti nel karate. Li ho trovati dove non c’era l’aspetto agonistico. Dove lo studio e l’allenamento sono finalizzati solo alla pratica marziale.
Ora vedo tecnici entusiasti per l’ingresso del karate alle Olimpiadi di Tokyo 2020 e sono lieto per loro che pensino che questo sia una fortuna per il loro sport.
Vedo amatori e masters che si esaltano come se fossero loro ad andare alle Olimpiadi.
Spero che i tecnici si domandino anche quanti dei loro atleti alla fine parteciperanno alle Olimpiadi e quanti, frustrati dai risultati negativi delle troppe gare necessarie per qualificarsi, smetteranno di frequentare le loro palestre.
Mi domando anche come si potranno selezionare atleti da tutte le federazioni esistenti, ma è un problema che non mi tocca.
Da adesso, ancor più di prima, per essere un tecnico di karate, sarà obbligatorio essere un preparatore atletico e un coreografo.
Nel kumite, basato su tre o quattro tecniche, conteranno più le doti atletiche che quelle tecniche.
Nel kata, a parte lo stravolgimento del significato marziale, sarà fondamentale la coreografia del bunkai.
Sono contento che il karate sport sia olimpico, perché ho la conferma che non centra nulla con quello che volevo praticare da ragazzo e che sto ancora studiando adesso.
Mi spiace che, proprio quei maestri giapponesi in cui avevo tanto creduto, in realtà mi abbiano fatto praticare per anni solo uno sport, duro, rischioso, selettivo ma anche divertente e formativo del carattere, senza trasmettermi quei segreti che probabilmente neanche loro ne erano più a conoscenza.
Auguro grandi successi ai pochi atleti italiani che parteciperanno alle Olimpiadi, e suggerisco, a chi vuole studiare un’arte marziale di fare qualcos’altro.

 

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